Fuck The Entropy
La terrazza è silenziosa stasera. Il vento increspa lievemente il mare.
O forse è solo il tremolio dovuto al troppo alcol.
Trasparente come acqua e 30 gradi di separazione dal mondo assicurati.
E’ tardi.
Il vento e la luce del chiaro di luna non mi mettono fretta.
Credo nei processi lenti. Nella corrosione inesorabile dell’acqua nella pietra.
Nel processo quasi statico che logora ed evolve le cose e le persone.
Domani saprò, ma tutto mi dice che l’attesa è finita.
Al telefono Ines non mi ha detto nulla.
Solo il riflesso della sua voce tremante, di chi è sceso da una altitudine che non si è rivelata tale.
Null’altro che l’applicazione spietata della legge di gravità.
Le ho detto vieni per qualche giorno.
E raccontami.
Ciò che desidero da tempo accadrà adesso, senza alternative possibili.
Oppure non accadrà.
Forse lo sa anche lei, altrimenti non sarebbe qui domattina.
Poso il bicchiere sulla terrazza.
Il rhum ha addensato i miei pensieri ed intorpidito il corpo.
Sento il peso della mia testa appoggiata sulla sdraio.
Seguo mentalmente i contorni del mio braccio della mano poggiata sull’orlo di vetro, del piede che esce fuori dalla coperta. Labili confini che mi dividono dalla brezza e che scoloriscono lentamente finchè senza più legami col presente la mia mente scivola e si addormenta.
Ore passano lente durante le quali mi aggiro in un altro luogo pieno di strade sconosciute sulle quali mi perdo fino a dimenticare dove mi portano, fino a dimenticare persino come camminare.
Ma in tutte le cose vi è un limite e l’angoscia ed il freddo finalmente mi svegliano nel cuore della notte.
Rabbrividisco e lentamente torno nei miei muscoli intorpiditi.
Lascio la terrazza e mi trascino al letto.
L’odore del mio corpo nelle lenzuola fredde mi avvolge e mi accompagna in un sonno finalmente senza sogni.
La mattina la benedizione di un buon caffè e una doccia calda mi rimettono dal freddo della notte.
Sono pronta.
La testa ancora non completamente lucida, ma sorretta da una determinazione a lungo covata, svolgo le operazioni necessarie della giornata.
Compro il cibo per la cena, mangio, lavoro, ma una patina vitrea fatta da una sofferente attesa mi separa dal presente.
Finalmente dopo ore, mentre il sole comincia a disegnare lame di calore nel cielo, risalgo le scale in pietra e mi siedo poco più in là della fermata dell’autobus.
Durante l’estate rigurgita di bagnanti, adesso invece sono sempre pochi i coraggiosi che si avventurano in costiera con questo freddo e d’inverno gli orari sono un optional.
- Ci sarà da aspettare – Penso
E quindi consolata da questo pensiero mi accendo una sigaretta e mi stringo nella giacca pesante.
Sono davvero disposta a ricevere i cocci di qualcun altro? – continuo a riflettere tra me.
Opportunismo, sesso, amore?
Dopo un tempo sospeso nel quale apparentemente null’altro succede se non il capriccio di uno sbuffo di sigaretta che il vento freddo mi risbatte in faccia, mi rispondo che davvero non importa perchè sono stanca di stabilire regole per me e per gli altri.
Ines tra poco sarà qui e sento in ogni fibra che non posso trascurare questo momento per farla mia. O allontanarla da me.
Sarà in questo modo o in nessun altro che rimarremo vicine.
Sono segretamente innamorata. Segretamente a me stessa, a lei, alla sua ragazza, ai nostri amici.
E non mi importa quanti di loro capiranno.
Su questi pensieri definitivi con un tempismo perfetto avverto il rombo cupo dell’autobus che si avvicina da dietro la curva.
Appena in vista comincia a frenare per fermare la porta anteriore proprio davanti a me.
Ines è già sullo scalino.
Quasi non scende dall’autobus che mi getta le braccia al collo e mi mormora:
- Mi sei mancata! –
Non rispondo e la stringo forte, nascondendo la mia sorpresa per il suo viso.
La pelle è tesa e stanca, e gli occhi gonfi e cerchiati di nero hanno perso la loro naturale profondità oscurati da un velo di stanchezza e rassegnazione.
Ci stacchiamo un attimo ed appoggio la mia fronte sulla sua.
I suoi occhi chiari fremono a poca distanza dai miei.
Si riempiono di lacrime e la riabbraccio.
Quando finalmente le nostre membra si sciolgono afferro la sua sacca e la trascino giù per gli scalini.
Appena aperta la porta lei è già fuori in terrazza.
La raggiungo.
- Adesso capisco perchè hai scelto questo posto – mi dice trasognata
- Si, così posso scrivere in santa pace ed ubriacarmi da sola senza nessuno che mi rimproveri– sorrido, ricordandole tutte le volte che mi ha accompagnato a letto barcollante.
- Ma stasera posso derogare e dividere la mia bottiglia con te – aggiungo.
Passiamo l’ora successiva a preparare insieme la cena.
Gesti misurati di una quotidianità che non è mai stata davvero tale.
Consumiamo la cena fredda parlando poco e di niente.
Ines è taciturna, nonostante la sua inclinazione logorroica e il molto alcol che accende i nostri corpi.
Io non posso che assecondarla e aspettare che arrivi il momento delle parole.
- Porti una coperta fuori? Stendiamoci in terrazza. Ho bisogno di respirare. – mi dice, barcollando verso la finestra.
La seguo ed assieme ci stendiamo nella coperta di lana.
Intravedo nei suoi occhi lo stesso velo.
Una rassegnazione dolce e la stanchezza impastati come una malta sui suoi pensieri.
Tuttavia trattengo tutto: parole, le carezze ed il resto.
Presto, dopo esserci avvolte, il silenzio cala tra di noi.
- Hai freddo – chiedo
Annuisce.
Mi avvicino e la stringo a me, perchè senta il mio calore.
Sento le sue lacrime scorrere sulla mia spalla, ma non l’interrompo.
Le accarezzo la pelle umida e calda del viso, ma questo non la consola ed il suo pianto diventa irrefrenabile e si mescola finalmente alle parole.
Per minuti, per ore la tengo avvinta a me mentre lei mi racconta della sua storia finita, del suo amore deluso, della stima persa, del legame tradito e spezzato.
Un profluvio di parole e di lacrime che mi fanno infuriare e mi inteneriscono al contempo.
Vorrei stringerla fino a farle male per farle sentire che io sono presente, che lei è parte del mio mondo, dai miei pensieri alla mia pelle, ma proprio mntre el’emozione rischia di travolgermi mi trattengo e lascio che il fiume di dolore passi attraverso di lei.
Dopo che ha smesso di piangere la guardo. Esausta e indifesa giace accanto a me.
Minuti di silenzio passano, accompagnati dal lento incedere della volta sopra di noi.
Stelle tramontano ed altre sorgono.
Quando sento di non poter più contenere l’urgenza delle mie carezze sollevo dolcemente il suo mento dalla mia spalla, avvicinando le mie labbra alle sue.
- Ecco. Penso – Fermami adesso, se devi -.
Ma non succede e le sue labbra si muovono piano sulle mie.
Inchiodato nella mia testa sento per la prima volta il suo sapore, mentre le accarezzo il viso con una dolcezza e una levità inconsapevolemente nascoste nelle mie dita.
Mi stacco da lei.
Cerco di guardarle dentro nel tentativo di comprendere ciò che pensa e sente.
Un’emozione violenta passa da me a lei e ritorna nei suoi sguardi di nuovo a me, così forte da togliermi il fiato.
Mi strappa la mano dal suo viso e me la stringe forte.
Non ho bisogno di chiedermi se finirà tutto così perchè comincia ad accarezzarmi il viso ed i suoi baci diventano più teneri e al contempo disperati.
Le sue mani cercano le mie per obbligarmi a stendermi sotto di lei.
- Si - Sussurro
- Ti amo , maledettamente – Subito dopo aggiungo.
Ma la voce è trattentuta e nulla arriva alle sue orecchie.
I suoi baci diventano profondi e frenetici, mentre mi serra i polsi.
Sento tutto il suo corpo che si tende sopra di me. Dai piedi alle ginocchia fino alle spalle una tensione frenetica la agita.
Liberandomi le mani le sue labbra e le dita scendono sul mio collo percorrendomi fino ai seni. Quasi mi strappa via il maglione.
La sua lingua reclama ogni centimetro del mio corpo.
Ansimo e gemo di piacere e sento che le mie anche cercano le sue.
Ma lei mi stringe di nuovo i polsi con la sua mano mentre con l’altra mi sfila i pantaloni e non indugia un attimo.
Sussulto ad ogni suo movimento.
Dopo un’improvvisa calma guida la mia mano verso il suo sesso e io l’accarezzo con una dolcezza che non avevo mai usato con una donna.
Avvinghiate in un abbraccio a tratti feroce e spesso tenero i nostri due corpi raggiungono l’estasi e insieme si rilassano e riprendono a cercarsi in un turbine di carezze, di baci che per ore ci fa dimentiche del mondo e di noi stesse.
Risaliamo e ridiscendiamo le chine dei nostri reciproci desideri, senza che io smetta un solo momento di cingerle la schiena.
Durante tutta la notte nessun centimetro della mia pelle, dei miei pensieri, delle mie emozioni che lei reclama le viene rifiutato.
Quando la sua furia si placa e lei giace accanto a me, solo allora posso guardare per la prima volta il suo corpo nudo, morbido ed allo stesso tempo forte. La pelle giovane e compatta.
Dorme finalmente placato il dolore e la fame di carezze.
Forse mi odierà per questa notte in cui le ho strappato amore dalle lacrime.
Cingo le sue spalle e appoggio la mia testa fra le sue scapole.
Il buio arriva a confortarmi.
Una luce opalescente dietro le palpebre.
Rumori attutti dalla cucina.
Una sete intensa.
Un buon odore di caffè, che funziona sempre come infallibile richiamo al mondo.
Una porta che sbatte.
Giro la testa e vedo affianco a me a terra una tazzina col liquido caldo fumante e sotto un biglietto:
- Perdonami. Avevo assolutamente bisogno di camminare in spiaggia da sola. Non dimentico i tuoi baci di stanotte. –
Mi alzo. Apro la finestra e in terrazza un freddo salmastro mi accoglie.
Ines cammina sul bagnasciuga lentamente.
Guardandola assaporo il suo caffè.
Si gira.
Mi saluta e da lontano sembra sorridere.













