2 agosto 2007

Fuck The Entropy

La terrazza è silenziosa stasera. Il vento increspa lievemente il mare.
O forse è solo il tremolio dovuto al troppo alcol.
Trasparente come acqua e 30 gradi di separazione dal mondo assicurati.
E’ tardi.
Il vento e la luce del chiaro di luna non mi mettono fretta.
Credo nei processi lenti. Nella corrosione inesorabile dell’acqua nella pietra.
Nel processo quasi statico che logora ed evolve le cose e le persone.
Domani saprò, ma tutto mi dice che l’attesa è finita.
Al telefono Ines non mi ha detto nulla.
Solo il riflesso della sua voce tremante, di chi è sceso da una altitudine che non si è rivelata tale.
Null’altro che l’applicazione spietata della legge di gravità.
Le ho detto vieni per qualche giorno.
E raccontami.
Ciò che desidero da tempo accadrà adesso, senza alternative possibili.
Oppure non accadrà.
Forse lo sa anche lei, altrimenti non sarebbe qui domattina.
Poso il bicchiere sulla terrazza.
Il rhum ha addensato i miei pensieri ed intorpidito il corpo.
Sento il peso della mia testa appoggiata sulla sdraio.
Seguo mentalmente i contorni del mio braccio della mano poggiata sull’orlo di vetro, del piede che esce fuori dalla coperta. Labili confini che mi dividono dalla brezza e che scoloriscono lentamente finchè senza più legami col presente la mia mente scivola e si addormenta.

Ore passano lente durante le quali mi aggiro in un altro luogo pieno di strade sconosciute sulle quali mi perdo fino a dimenticare dove mi portano, fino a dimenticare persino come camminare.
Ma in tutte le cose vi è un limite e l’angoscia ed il freddo finalmente mi svegliano nel cuore della notte.
Rabbrividisco e lentamente torno nei miei muscoli intorpiditi.
Lascio la terrazza e mi trascino al letto.
L’odore del mio corpo nelle lenzuola fredde mi avvolge e mi accompagna in un sonno finalmente senza sogni.

La mattina la benedizione di un buon caffè e una doccia calda mi rimettono dal freddo della notte.
Sono pronta.
La testa ancora non completamente lucida, ma sorretta da una determinazione a lungo covata, svolgo le operazioni necessarie della giornata.
Compro il cibo per la cena, mangio, lavoro, ma una patina vitrea fatta da una sofferente attesa mi separa dal presente.

Finalmente dopo ore, mentre il sole comincia a disegnare lame di calore nel cielo, risalgo le scale in pietra e mi siedo poco più in là della fermata dell’autobus.
Durante l’estate rigurgita di bagnanti, adesso invece sono sempre pochi i coraggiosi che si avventurano in costiera con questo freddo e d’inverno gli orari sono un optional.
- Ci sarà da aspettare – Penso
E quindi consolata da questo pensiero mi accendo una sigaretta e mi stringo nella giacca pesante.
Sono davvero disposta a ricevere i cocci di qualcun altro? – continuo a riflettere tra me.
Opportunismo, sesso, amore?
Dopo un tempo sospeso nel quale apparentemente null’altro succede se non il capriccio di uno sbuffo di sigaretta che il vento freddo mi risbatte in faccia, mi rispondo che davvero non importa perchè sono stanca di stabilire regole per me e per gli altri.
Ines tra poco sarà qui e sento in ogni fibra che non posso trascurare questo momento per farla mia. O allontanarla da me.
Sarà in questo modo o in nessun altro che rimarremo vicine.
Sono segretamente innamorata. Segretamente a me stessa, a lei, alla sua ragazza, ai nostri amici.
E non mi importa quanti di loro capiranno.
Su questi pensieri definitivi con un tempismo perfetto avverto il rombo cupo dell’autobus che si avvicina da dietro la curva.
Appena in vista comincia a frenare per fermare la porta anteriore proprio davanti a me.

Ines è già sullo scalino.
Quasi non scende dall’autobus che mi getta le braccia al collo e mi mormora:
- Mi sei mancata! –
Non rispondo e la stringo forte, nascondendo la mia sorpresa per il suo viso.
La pelle è tesa e stanca, e gli occhi gonfi e cerchiati di nero hanno perso la loro naturale profondità oscurati da un velo di stanchezza e rassegnazione.
Ci stacchiamo un attimo ed appoggio la mia fronte sulla sua.
I suoi occhi chiari fremono a poca distanza dai miei.
Si riempiono di lacrime e la riabbraccio.
Quando finalmente le nostre membra si sciolgono afferro la sua sacca e la trascino giù per gli scalini.
Appena aperta la porta lei è già fuori in terrazza.
La raggiungo.
- Adesso capisco perchè hai scelto questo posto – mi dice trasognata
- Si, così posso scrivere in santa pace ed ubriacarmi da sola senza nessuno che mi rimproveri– sorrido, ricordandole tutte le volte che mi ha accompagnato a letto barcollante.
- Ma stasera posso derogare e dividere la mia bottiglia con te – aggiungo.

Passiamo l’ora successiva a preparare insieme la cena.
Gesti misurati di una quotidianità che non è mai stata davvero tale.
Consumiamo la cena fredda parlando poco e di niente.
Ines è taciturna, nonostante la sua inclinazione logorroica e il molto alcol che accende i nostri corpi.
Io non posso che assecondarla e aspettare che arrivi il momento delle parole.
- Porti una coperta fuori? Stendiamoci in terrazza. Ho bisogno di respirare. – mi dice, barcollando verso la finestra.
La seguo ed assieme ci stendiamo nella coperta di lana.
Intravedo nei suoi occhi lo stesso velo.
Una rassegnazione dolce e la stanchezza impastati come una malta sui suoi pensieri.
Tuttavia trattengo tutto: parole, le carezze ed il resto.
Presto, dopo esserci avvolte, il silenzio cala tra di noi.
- Hai freddo – chiedo
Annuisce.
Mi avvicino e la stringo a me, perchè senta il mio calore.
Sento le sue lacrime scorrere sulla mia spalla, ma non l’interrompo.
Le accarezzo la pelle umida e calda del viso, ma questo non la consola ed il suo pianto diventa irrefrenabile e si mescola finalmente alle parole.
Per minuti, per ore la tengo avvinta a me mentre lei mi racconta della sua storia finita, del suo amore deluso, della stima persa, del legame tradito e spezzato.
Un profluvio di parole e di lacrime che mi fanno infuriare e mi inteneriscono al contempo.
Vorrei stringerla fino a farle male per farle sentire che io sono presente, che lei è parte del mio mondo, dai miei pensieri alla mia pelle, ma proprio mntre el’emozione rischia di travolgermi mi trattengo e lascio che il fiume di dolore passi attraverso di lei.
Dopo che ha smesso di piangere la guardo. Esausta e indifesa giace accanto a me.
Minuti di silenzio passano, accompagnati dal lento incedere della volta sopra di noi.
Stelle tramontano ed altre sorgono.
Quando sento di non poter più contenere l’urgenza delle mie carezze sollevo dolcemente il suo mento dalla mia spalla, avvicinando le mie labbra alle sue.
- Ecco. Penso – Fermami adesso, se devi -.
Ma non succede e le sue labbra si muovono piano sulle mie.
Inchiodato nella mia testa sento per la prima volta il suo sapore, mentre le accarezzo il viso con una dolcezza e una levità inconsapevolemente nascoste nelle mie dita.
Mi stacco da lei.
Cerco di guardarle dentro nel tentativo di comprendere ciò che pensa e sente.
Un’emozione violenta passa da me a lei e ritorna nei suoi sguardi di nuovo a me, così forte da togliermi il fiato.
Mi strappa la mano dal suo viso e me la stringe forte.
Non ho bisogno di chiedermi se finirà tutto così perchè comincia ad accarezzarmi il viso ed i suoi baci diventano più teneri e al contempo disperati.
Le sue mani cercano le mie per obbligarmi a stendermi sotto di lei.
- Si - Sussurro
- Ti amo , maledettamente – Subito dopo aggiungo.
Ma la voce è trattentuta e nulla arriva alle sue orecchie.
I suoi baci diventano profondi e frenetici, mentre mi serra i polsi.
Sento tutto il suo corpo che si tende sopra di me. Dai piedi alle ginocchia fino alle spalle una tensione frenetica la agita.
Liberandomi le mani le sue labbra e le dita scendono sul mio collo percorrendomi fino ai seni. Quasi mi strappa via il maglione.
La sua lingua reclama ogni centimetro del mio corpo.
Ansimo e gemo di piacere e sento che le mie anche cercano le sue.
Ma lei mi stringe di nuovo i polsi con la sua mano mentre con l’altra mi sfila i pantaloni e non indugia un attimo.
Sussulto ad ogni suo movimento.
Dopo un’improvvisa calma guida la mia mano verso il suo sesso e io l’accarezzo con una dolcezza che non avevo mai usato con una donna.
Avvinghiate in un abbraccio a tratti feroce e spesso tenero i nostri due corpi raggiungono l’estasi e insieme si rilassano e riprendono a cercarsi in un turbine di carezze, di baci che per ore ci fa dimentiche del mondo e di noi stesse.
Risaliamo e ridiscendiamo le chine dei nostri reciproci desideri, senza che io smetta un solo momento di cingerle la schiena.
Durante tutta la notte nessun centimetro della mia pelle, dei miei pensieri, delle mie emozioni che lei reclama le viene rifiutato.
Quando la sua furia si placa e lei giace accanto a me, solo allora posso guardare per la prima volta il suo corpo nudo, morbido ed allo stesso tempo forte. La pelle giovane e compatta.
Dorme finalmente placato il dolore e la fame di carezze.
Forse mi odierà per questa notte in cui le ho strappato amore dalle lacrime.
Cingo le sue spalle e appoggio la mia testa fra le sue scapole.
Il buio arriva a confortarmi.

Una luce opalescente dietro le palpebre.
Rumori attutti dalla cucina.
Una sete intensa.
Un buon odore di caffè, che funziona sempre come infallibile richiamo al mondo.
Una porta che sbatte.
Giro la testa e vedo affianco a me a terra una tazzina col liquido caldo fumante e sotto un biglietto:
- Perdonami. Avevo assolutamente bisogno di camminare in spiaggia da sola. Non dimentico i tuoi baci di stanotte. –
Mi alzo. Apro la finestra e in terrazza un freddo salmastro mi accoglie.
Ines cammina sul bagnasciuga lentamente.
Guardandola assaporo il suo caffè.
Si gira.
Mi saluta e da lontano sembra sorridere.

5 luglio 2007

Polvere Rossa

Le 5 del mattino.
Il buio mi impedisce di vedere il mare, ma so che c’è.
Ne percepisco la forma mutevole, i margini della spiaggia in movimento.
Caldo, fa molto caldo nel vagone.
Risento le parole del mio professore di astronomia: se foste abitanti di Venere respirereste acido solforico in forma liquida.
Ectoplasmi tra basse nuvole pesanti.
Acido.
Quello che inghiotto stanotte ne ha la consistenza, la liquidità, il calore.
Mi entra nei polmoni, mi brucia gli alveoli e fuoriesce portando con sè la tristezza.
Un treno e una fuga.Un biglietto acquistato senza pensare.
Leggerezza, ho bisogno di leggerezza, come un pallone aereostatico.
Fatemi staccare da terra, vi prego.
Il treno prosegue ed il ritmo definitivo delle rotaie accompagna ogni mio pensiero.
Un sobbalzo ogni mezzo secondo.
La colonna sonora di una fuga.
Appoggio il mento sul finestrino aperto.
Il freddo mi colpisce le gote.
Profumo di terra. Profumo di acqua.
Sono viva e vigile, tesa e disperata.
Richiudo e rientro nel vagone, pieno dei rumori del sonno dei miei compagni di scompartimento.
Al vecchio là nell’ angolo è appoggiata una bambina, bionda, piccola.
Suda per il caldo e quasi ride nel sonno.
Dormendo si tengono per mano.
Il nonno pochi minuti prima le ha passato un’enorme panino.
Talmente alto che lei non riusciva ad addentarlo.
E adesso dormono entrambi.
Persi nel sonno eppure consapevoli l’uno dell’altro.
Lontani e vicini reciprocamente.
Presenti, continui l’uno per l’altro.
Guardandoli mi sovviene ancora una volta la stessa domanda.
La stessa domanda di sempre.
- Dimmi. Allora, che cos’è davvero l’amore? -

Sono seduta sul letto. Ti ascolto.
Apri e chiudi la bocca.
Le parole non mi arrivano.
Sei qui e lontana.
Parli di me, di noi.
Ti guardo e non ti accorgi che non sono qui con te.
Le lacrime mi hanno murato le emozioni.
Non voglio, non voglio ascoltare.
Vorrei solo dirti che si, ho capito e che va bene.
E non ha importanza che tu stia con un’altra.
E’ sufficiente che tu non mi voglia più con te.
E non dirmi che mi vuoi egualmente bene.
Chiediti che cos’è l’affetto prima ancora di chiederti cos’è l’amore.
Le parole, vuoti recipienti per liquidi diversi: birra e piscio.
Stesso bicchiere, stesso colore, certo, ma non esattamente la stessa cosa.
Mentre parlavi ho preso la giacca, le chiavi della moto e me ne sono andata.
Senza una parola.
Ti ho lasciato lì a parlare alla porta che si chiudeva dietro di me.
A risolverti da sola il problema di sbarazzarti della mia vita quotidiana e di lavare le lenzuola in cui abbiamo fatto l’amore.
Un’ultima inutile scopata che ti ricordasse il calore del mio corpo.
Senza che avessi il tempo di registrare indelebilmente il tuo odore, senza che io sapessi che erano le ultime carezze.
Un gioco non alla pari.
E anche per questo smetterò presto di volerti bene. Ho già smesso.
Fanculo all’intero sistema solare, a tutta la via Lattea, all’intero ammasso locale e a me stessa.
La sera da mia madre ho scritto a Thomas che ero pronta all’incarico e che sarei arrivata nel deserto di Atacama per calibrare lo spettrografo entro il mese successivo.
Sei mesi di lavoro.
Al riparo da tutte le emozioni che non vengono dal vento e dal cielo.
Io e le migliaia di tonnellate del telescopio.
Una completa e assoluta sterilizzazione dei rapporti umani.
Un’eutanasia del dolore.

Ma non è ancora il momento.
Mi aspettano pochi giorni in riva al mare.
Con tutte le amiche che dormono nel vagone accanto al mio.
Io invece sono seduta da sola in questo compartimento.
Loro non capiscono.
Come potrebbero con le loro case e i loro reciproci corpi sicuri.
Per loro la domanda ha già una risposta.
Forse in qualche caso falsa, a volte parziale, altre solo illusoria.
Ma ce l’hanno.
Non capiscono il desiderio di polvere rossa e di cielo.
Mi hanno costretta ad una vacanza in un agriturismo per sole ragazze in riva al mare.
Mi stanno vicine.
Addosso è la parola esatta. Affetto? Senso di colpa?
Il treno rallenta e l’aria fuori diventa più tiepida.
Raccogliamo le nostre cose e scendiamo.
La stazione è silenziosa nell’aria quieta della sera.
Poso la mia sacca e guardo i miei angeli custodi:
Elena, Patrizia e le altre.
Elena.
A volte mi fermo ancora a guardare la sua magrezza, il viso affilato da falsa adolescente, i capelli corti ed arruffati, il passo svelto, le labbra morbide.
Non ho le mai detto che, per la rabbia, mi si sono fatta esplodere una bottiglia di birra nella mano la sera che si sono messe assieme.
Non le ho mai detto di essermi accontentata nello stupido tentativo di aspettarla. Di aver sentito di potermi innamorare di lei.
Forse l’unica da tanti anni a questa parte.
Paura, solo paura che mi ha spinto in direzioni vuote e senza uscita.
Mi sento soffocare e vorrei fare a pezzi tutto.
Togliere piano questi bulloni dei binari uno ad uno con una solida chiave inglese. Senza fretta.
Niente più treni, niente più ragazze, nè scopate.
Solo un binario inutilizzabile che non porta a niente.

Nell’albergo finalmente poso le mie cose.
Saluto le altre ed entro in camera.
Accendo il lumetto accanto al letto, ma non ce la faccio a stendermi.
Ho già bisogno di aria.
Prendo le sigarette e salgo in terrazza.
Le altre dormono o fanno l’amore.
Anche Elena.
Respingo un pensiero feroce per la sua ragazza.
Accendo una sigaretta e mi siedo.
Un inutile inseguimento non avrebbe fatto nessuna differenza.
Aspiro e guardo il cielo del colore della pece.
Il Cigno con le sue grandi ali ferme immobili per l’eternità e la bianca giovane Deneb lucente del ribollire dei suoi gas.
Il mare monta sempre di più e il rumore della battigia mi riporta alla terra.
Non sono la sola a trovare l’idea di mettermi tra le lenzuola insopportabile.
Nel giardino in basso c’è una ragazza che legge assorta.
Le faccio un cenno ed entrambe ritorniamo alla nostra solitudine.
La sigaretta è finita. Rientro.

La mattina successiva la rivedo.
Con un cenno mi saluta di nuovo e ricambio.
Sono in acqua di ritorno da una nuotata quando ancora le altre dormono.
E lei si stende sotto il suo ombrellone.
Ritorno sulla spiaggia e mi stendo sull’asciugamano.
L’acqua scende in gocce dalla schiena lungo i miei fianchi.
Ho voglia di sentirla evaporare, di ascoltare il sale che si deposita sulla pelle in minuscole e perfette sequenze di cristalli.
In questo universo concentrato dal sole il sapore della sabbia del deserto si è stemperato nei miei pensieri.
Ma è sempre presente, come una nota di fondo.
Mi rialzo ed incrocio il suo sguardo.
- Deve essere bello il libro! – Le dico
- Si, sono due giorni che non faccio altro che leggerlo. Qui non c’è niente da fare –
Sorrido mi alzo e ci presentiamo.
E’ giovane e ha la pelle ambrata.
Vedo in anticipo un film già visto, ma continuo.
Claudia è davvero simpatica e molto decisa in ciò che vuole.
Ci stendiamo all’ombra sullo stesso asciugamano e sento che mi sfiora le mani e tutto il corpo col suo fianco.
Ma non c’è tempo.
La truppa dei miei angeli custodi già scende in spiaggia.
Mi salutano. Anche ad occhi chiusi sento i loro sorrisi compiaciuti.
Resto impassibile per non vedere i loro visi.
Ci allontaniamo per prendere una coca al bar.
Il suo sguardo mi segue qualunque cosa io faccia.
Sono preda in questo momento e non ho voglia di ribellarmi.
Non abbiamo molto tempo.
I nostri corpi non ne hanno.
Lei ripartirà stasera.
Tutto avviene con ritmo sincopato.
Ci trasciniamo nella mia stanza.
Mi bacia sulla bocca e scende sui miei seni, su tutta la mia pelle.
Una stretta all’altra ci allunghiamo sul letto.
Mi vedo scopare da mille miglia lontano.
Il mio corpo funziona, creando e inseguendo umidità ed anfratti.
Ma io sono fredda dentro. Distante.
Detesto la mia carne che si muove e vive lontano da me, che abbraccia, stringe, penetra, gode e fa godere in un vuoto automatismo di gesti.
Facciamo l’amore per ore ed odio ogni momento di questo rapporto, ma non riesco a smettere.
Finalmente dopo mi addormento.

Al mio risveglio è andata via.
Sono sola nel letto con un citofono che suona insistente bombardandomi i pensieri.
Mi rivesto ed apro.
E’ Elena, provvista di un sorriso ammiccante, ma nervoso.
- Allora? Chi è? –
- Chi? –
- La ragazza che è uscita poco fa dalla tua stanza –
- Ah si. Mi pare si chiami Claudia – rispondo con la bocca impastata.
- Bhe! Ti deve aver colpito se ti ricordi il nome così bene –
Se il mio sguardo avesse conservato la capacità di concentrarsi adesso lei sarebbe morta.
E lo sa, perchè non insiste.
Mentre mi nascondo di nuovo tra le lenzuola, mi prepara un caffè.
Il sonno è una cappa pesante. Quasi non la sento muoversi.
A riportarmi sulla terra è l’aroma del liquido nella tazza posata accanto sul comodino.
Forte, scuro. Come lo fa lei.
Apro gli occhi ed Elena posa il suo sguardo serio dalle profondità acquamarina su di me.
- Come stai? –
Dopo un’eternità le rispondo:
- Ho la nausea–
Bevo il caffè che mi porge e appena metto giù la tazzina le lacrime escono.
Affondo la faccia nel cuscino.
Elena è sopra di me e mi accarezza i capelli.
In silenzio la lascio fare finchè mi è sopportabile.
- Smettila! Non voglio carezze. Lasciami in pace -
La allontano bruscamente.
- Sei un orso, come al solito – e sorride.
- Un orso in letargo. Vattene!! – Le tiro il cuscino.
- Va bene. Dormi. Più tardi verrò a svegliarti per andare al mare con le altre. –
Dopo un paio d’ore mi sveglio da sola stordita.
Meglio così.
Indosso il costume, mangio qualcosa e scendo.
Appena arrivata giù le altre mi accolgono con risolini compiaciuti.
Rivolgo ad Elena uno sguardo pieno d’odio, ma lei non ricambia.
E’ distratta e svagata.

Dopo una lunga nuotata nell’acqua fredda mi accendo un’altra sigaretta all’ombra.
Rifuggo il sole come un vampiro.
Non mi piace il caldo, nè l’abbronzatura.
Le altre sguazzano e giocano, ma ben presto vengono prese anche loro
dalla sindrome della paralisi da spiaggia.
Siamo in letargo.
Immobili nell’aria incandescente e solida, congelata dal sole.
Vuoto pneumatico di movimento e di pensiero.
Elena e Patrizia sono distese lontane.
Non si guardano nè si cercano.
Sarà la solita litigata.
A loro piace questo continuo andirivieni.
Per loro la risposta è questa.
A cena siamo tutte ebbre per il vino e per il sole.
Rido forte e faccio ridere le altre.
Anche stavolta detesto ogni momento.
Dentro sono fredda, come se stessi ancora scopando.
Elena a tratti si fa seria e mi guarda sfuggente.
Lei e Patrizia sono lontane.
Sembrano non appartenere più allo stesso momento,
Si sfiorano senza più interagire.
A me non importa.
Mescolo insieme al vino la certezza che tra poco sarò nel deserto.

L’ultima sera arriva per questa breve tregua.
Le altre si sono ritirate per fare i bagagli.
Io non ne ho bisogno.
Ho buttato come al solito tutto disordinatamente nella sacca e in cambio mi godo l’ultima sigaretta sulla spiaggia in silenzio. Priorità diverse.
Dei passi.
Elena mi sorpassa e senza guardarmi dice:
- Patrizia è già andata via. E’ finita -
E’ in piedi davanti a me.
Guardiamo il mare a lungo senza dire niente.
Non posso vedere le sue lacrime scendere, ma so che ci sono.
Mi avvicino. Le cingo le spalle da dietro abbracciandola.
Appoggio la guancia sul suo orecchio.
Voglio che senta la mia contiguità, com’è sempre stato in tutti questi anni.
Due orbite strette, ma mai collassanti.
Dopo minuti di silenzio ha smesso di piangere e appoggia la nuca all’indietro sulla mia spalla.
Completamente avvolta da me.
- Sono stanca di felicità incomplete, di adattamenti per sopravvivere. –
La stringo più forte e l’emozione quasi mi travolge.
Lei si gira e appoggia le sue labbra sulle mie.
A lungo le muove piano, senza fretta.
Vorrei trascinarla ed accarezzarla tutta la notte.
Invece restituisco tiepidamente il suo bacio.
Ci sono stati altri momenti come questo, ma il loro ricordo e di ciò che è seguito mi fa fermare.
- Lo sai che ho deciso di andarmene –
- Si, ma solo per sei mesi –
- Non so se saranno solo sei. Se il progetto prosegue potrei non tornare. –
- Perchè questa fuga adesso? –
Mi accarezza anche lei. Il viso, i capelli, le labbra.
Mi sta dicendo che è il momento per noi.
Sento vibrare i suoi occhi chiari nei miei.
- E tu cosa vuoi?–
Le sto facendo la stessa domanda di sempre.
Tuttavia non lascio che risponda e aggiungo:
- Voglio mettere un po’ di tempo tra noi e gli altri corpi.
Non posso adesso. Ho bisogno di vuoto e solitudine.
E non so dirti se dopo sei mesi ritornerò –
Sento il suo viso velarsi.
Mi accarezza di nuovo le labbra.
Mi sta dicendo che, finalmente, mi aspetterà.
Non ho voglia di chiedermi se è vero, ma la stringo forte a me per imprimere il calore e l’odore della sua pelle sulla mia.
Per conservarli nelle notti del deserto e ricordarmene quando, nel momento di decidere se ritornare, mi farò ancora la stessa eterna domanda.

Su questo treno che ci riporta tutte a casa adesso il rumore delle rotaie mi sembra meno definitivo.
Ci sono due ragazzi seduti sul pavimento.
Ascoltano una canzone dallo stesso lettore, una cuffia per orecchio.
Ballano di una musica che sentono solo loro due e si sorridono.
Ecco.
Forse è davvero solo questo.

NAPFF

Stasera siamo in molti. Una decina in tutto.
Fumiamo davanti al cinema in attesa della prossima proiezione oppure ci scambiamo sguardi complici.
La maggiorparte di noi è venuto da solo e non ci conosciamo.
Ma ci salutiamo lo stesso, visto che siamo i soliti: signore radical chic in libera uscita dai quartieri alti, adolescenti ricchissimi alterati mentalmente dalla troppa pellicola, gioventù fintamente povero vestita e smaccatamente blasé, alieni di vari pianeti.
Li odio. Cresciuti nella bambagia.
Vivono in questa città come se fossero a Parigi.
Anche per questo affonda.
In ogni caso anche io faccio parte della truppa poichè tutti gli anni mi sottopongo al rito del festival del cinema. Un trip di emozioni altrui tra una sala e l’altra.
Un viaggio che dura una settimana. Ad un prezzo modico e comodità assicurata.
Compresa l’aria condizionata. Anche troppa.
In realtà mi mimetizzo bene. Sono un po’ snob nel mio non volerlo essere.
So di essere vagamente fintopoverablasé, mentre aspiro l’ultima boccata.
Mi giro e la vedo.
Altre volte l’ho incrociata, ma sono chiaramente sotto la soglia degli eventi per lei.
Un meteorite al di qua dell’orizzonte.
Tuttavia guardarla da lontano è una gran pena.
Occhi di ghiaccio, ma forme e colori mediterranei, che solo un saio di tela ricopre a pelle.
Mi rivolge un sorriso dai lineamenti duri e androgini.
Pericolosa negli sguardi e nelle intenzioni, rifletto in un turbine di microscosse telluriche.
E’ fintopoverablasé, ma con convinzione d’intento.
Punire lei per tutti gli altri non mi dispiacerebbe.
Lo farei in un modo spietato da cui il dolore sarebbe bandito.
Ma sono qui per altro e respingo il proposito.
Ho scelto il prossimo titolo.
Butto la cicca e vado al botteghino.
Mentre ripongo i miei spiccioli la sento chiedere per la stessa proiezione.
Un film del mio regista coreano preferito,
In originale con sottotitoli. In inglese se va bene.
In qualche modo bisogna pur tenere la mente allenata.
Mentre i nostri biglietti vengono staccati assieme, mi rivolge un fuggevole sguardo.
Deglutisco.

Entriamo con altri nella sala piccola già buia.
Mi allungo nella solita sesta fila. Quasi un mantra.
Mentre si siede quasi nella poltrona davanti alla mia, di nuovo mi sfiora con lo sguardo.
Stavolta i brividi scuotono come in un piccolo terremoto tutte le poltrone.
Però smetto appena le luci si spengono.
Il film è violento e leggero, delicato e disperato.
Una stretta che va via tutto d’un fiato.
Alla fine le lacrime coronano i titoli di coda mentre le luci si accendono.
Lei è lì che mi osserva e cerco di nasconderle.
Mi alzo per andarmene e lei esce con me dalla fila.
- Ti è piaciuto? –
- Si – rispondo tirando via col polpastrello l’ultima lacrima.
- Tra mezz’ora ne danno un altro dello stesso regista. –
- Si lo so. Lo vedrò, ma prima devo fumare -
- Anche io. Mi offri una sigaretta? –
Di nuovo mi sorride, scopertamente consapevole della sua bellezza.
Andiamo fuori e tra una boccata ed un’altra ci presentiamo.
E’ algida e calda allo stesso tempo, acuta, estremamente seducente.
Le sue labbra morbide parlano.
Seguo solo a tratti ciò che dice, cercando di percepire tra tutte le parole e gli sguardi l’odore della sua pelle.
Sento che sto scivolando in un discorso che ha iniziato lei e che vorrà continuare con i suoi tempi, i suoi modi, come immagino sia abituata a fare.
Vagamente letale.
Ma con me non sarà facile, penso fissando i suoi occhi blu taglienti.
La mezz’ora è passata. Rientriamo.
Stavolta si siede in sesta fila con me.
Fa un freddo d’inferno in sala. Venti di Siberia dai bocchettoni.
Durante la proiezione la sento respirare alla mia destra.
Sbircio i suoi seni sotto il saio. Si alzano e si abbassano ritmicamente modulando la mia pena.
Hanno forme nette, precise e capezzoli ben delineati.
Una delizia per gli occhi ed anche per il resto, immagino.
Lei fa finta di niente ed io continuo a torturarmi tra un sottotitolo e l’altro finchè l’intervallo non ci sorprende.
Ha freddo perchè si strofina le spalle nude.
- Vuoi la mia giacca? A me non serve – mento spudoratamente
- Si grazie –
La prende e se la poggia sulle spalle.
Ogni suo gesto è deciso, non estemporaneo.
Di nuovo quello sguardo sicuro e dominatore.
Un generatore di elettricità che mi attraversa il corpo dalla testa ai piedi.
- Sei gentile – Mi sussurra nell’orecchio sfiorandolo con le labbra.
Stavolta la scossa è palpabile a vista d’occhio.
- Hai freddo anche tu? – Mi chiede.
Avvicino le mie labbra alle sue orecchie e sussurro flebilmente - No.
Lei si gira.
Una lama blu acquamarina mi attraversa.
Nel buio della sala le sue labbra dischiuse si serrano lentamente alle mie con voluttà.
A tratti stacco gli occhi per fissarli nei suoi. Fremono.
Il suo sapore intenso ed il profumo di cannella della pelle fanno pulsare il mio desiderio.
La mia mano scende sul suo saio ruvido, seguendo la piega del ventre fino alle cosce.
Mi guarda divertita e sorpresa, ma proprio in quel momento il film termina e le luci si accendono.
Ritraggo le mani e ridiamo mentre la gente esce e ci osserva senza capire.
Il film infatti era tutt’altro che comico, ma a noi non importa.
Nel corridoio mi prende la mano e senza guardarmi mi trascina in una delle cabine di proiezione.
Chiusa la porta mi schiaccia dietro di essa.
Sento il suo respiro sul mio viso mentre mi accarezza la faccia.
Il calore della pelle mi arriva attraverso la tela.
- Vieni- Mi dice trascinandomi sulla poltrona del proiezionista. –
Mi siedo e lei è sopra di me.
Lentamente mi contorna le labbra e comincia a baciarmi con furore.
Quando l’ho vista sapevo esattamente come sarebbero state le sue carezze: severe e spietate.
Io però non voglio che vinca. Non in questo modo.
La freno e la trascino in un angolo della sala, giusto accanto alla porta, stretta contro il mio corpo e con le mani bloccate dalle mie.
La guardo e lei fa lo stesso.
Ha un profumo dolce e stordente. So che non riuscirò a non farmi travolgere.
Ma ancora una volta non importa.
Le accarezzo il viso e lenta la percorro seguendo le pieghe del suo corpo attraverso il saio, fino a sfiorarle le labbra ed aprirle in un lungo umido bacio.
Lenta scendo sul suo collo. Seguendo i tendini arrivo alle scapole forti ed arcuate.
Le mani raggiungono la sua schiena e la stringo baciandola di nuovo con voracità.
Voglio che senta il mio calore, la mia forza, la gravità del mio corpo, l’ esatto peso del mio desiderio.
Appoggio le mie anche tra le sue.
E’ qui ed in questo modo che volevo avvenisse.
Le sollevo piano il saio e con le mani cerco i suoi seni.
Sono turgidi e morbidi, molto caldi.
Lei si è finalmente arresa e geme accarezzandomi la nuca.
La mia bocca percorre veloce tutte le piste del suo corpo, disegnando lame di calore dai seni al ventre, fino a scendere ancora più in basso.
Il sapore del suo sesso è forte ed inebriante.
Profumo di terra di altri luoghi.
Ne vorrei, ne vorrei ancora, ma lei ha deciso altrimenti.
Mi fa alzare e si stringe più forte a me.
La guardo. Le chiedo in silenzio di farmi capire.
Mi afferra le mani e le trascina verso il suo sesso che si schiude.
Non aspetto di chiedermi se si tratta di una resa o di una vittoria.
Scendo brutalmente dentro di lei, mentre mi cinge la nuca con le mani, confondendo le nostre bocche, gli ansimi e le azzurre prefondità dei nostri occhi.
Riesco a scorgere tra un gemito e l’altro un sorriso che mi inchioda e che mi fa diventare più feroce.
Stordita dal profumo della sua pelle mi affretto e sento il suo piacere che avanza.
I suo occhi mi sfuggono. Non riesco più a seguire il suo sguardo.
La stringo con forza e le mie anche assecondano il movimento.
Più veloce, sempre più veloce finchè lei non mi stringe con tutta la forza che ha togliendomi il fiato mentre trattiene un urlo soffocato.
Avvinte e sudate dietro la porta ci rubiamo il fiato.
Lei mi afferra il collo, sorride e mi ricompensa con un bacio profondo che scolora in un sorriso di sfida.
Al prossimo intervallo so che sarò io la sua preda.
Ma adesso non c’è più tempo.
Sentiamo la gente entrare nella sala e tra poco il proiezionista sarà qui.
Usciamo dalla cabina ridenti e trafelate.
Il festival durerà ancora sei giorni con cinque proiezione per ogni sala.
Sarà una settimana lunga, impegnativa e molto poco blasé!

Un sottosegretario sadico?

Suoni, macchine, rumori. Caldo.
Un giorno di fine maggio afoso, soffocante.
Alla fermata dell’autobus vengo bombardata da raffiche di fumo dei tubi di scappamento.
Tossisco.
Aiuto! Portatemi via, via.
Città maledetta.
Impreco contro le macchine perchè si buchino contemporaneameente tutte le ruote ed esplodano l’una dietro l’altro come i mortaretti di capodanno.
Oppure in un unico bellissimo botto.
Penso che questo mi farebbe godere molto.

Sono asfissiata e mi appoggio alla pensilina.
In quel momento ho una visione: 5 ragazze spagnole.
Una macchia indistinta di incarnato e forme mediterranee.
Incredibilmente discinte si fermano ad un metro da me.
- Oh mamma! - Penso - Sono stata punita subito!
Dio o chi insomma per lui.
Mi basterebbe anche un sottosegretario nella mia situazione.
Scherzavo, davvero. Liberami da tutti i mali.
Fai apparire 5 bei maschi etero e pieni di testosterone! -
Chiudo gli occhi sperando nel miracolo.
Li riapro e le rivedo.
Si vede che anche il sottosegretario era in pausa caffè.
E intanto le ragazze vestite solo di gonna corta ed un costume striminzito nella parte superiore si chiedono in che direzione andare.
Di qui, di là. Non hanno le idee chiare. Povere figliole!
Io annaspo, pur tuttavia resisto dignitosamente aggrappandomi al palo della pensilina.
E invece no.
Sono spacciata, perchè mi si avvicinano.
Tutte in cerchio mi guardano e mi chiedono qualcosa mostrando la mappa.
Il diaframma non si alza.
Mi sforzo di guardare sul foglio.
Devono pensare che ho assunto qualche droga che mi rende fisso lo sguardo.
In effetti, rifletto in un’area remota del mio cervello ormai in tilt come una serie impazzita di un albero di Natale, questo è abbastanza vero.
Una di loro, mentre cerco di capirci qualcosa, solleva lo sguardo ed alza la mano bruna ed affilata ad abbrancare la spallina scivolatale dalla spalla.
Seguo con lo sguardo il movimento accarezzando le morbide curve del collo e dell’attacco del seno.
E’ la fine. Sono fritta! Penso, smettendo nuovamente di respirare.
E invece lei mi sorride maliziosa.
La osservo meglio.
Occhi chiari, pelle scura. Minuta. Deliziosa.
Forse qualcuno ha risposto all’appello e mi chiedo che posto mai occuperà nel pantheon. Autore di pezzi comici per anime in pena?
In ogni caso è un vero sadico.
Non capisco nulla di quello che dice.
Mi viene in aiuto la sua amica Maria.
Altrettanto minuta, capelli corti e occhi di un nero profondo.
E un italiano certo migliore del mio spagnolo.
Infatti finalmente tutto mi è chiaro. Le ragazze vogliono scendere al porto e prendere un traghetto per le isole.
Mi chiedono di accompagnarle.
E’ domenica mattina e ho tempo a disposizione.
Al porto le aiuto a trovare il punto di imbarco.
Andrea mi chiede il numero e io glielo segno dietro al suo biglietto.
Prendiamo appuntamento per la tarda serata.
Ridono felici agitando la manina e risalgono sul traghetto.
Sospiro e torno a casa.
Chissà se le rivedrò.

E invece dovrei aver fiducia nel mio facchino altolocato perchè più tardi ricevo un sms da loro.
A piazza Bellini tra un’ora.
Mi preparo e scendo in un lampo.
Stasera sono sul lato rosa della mia luna.
Un trucco leggero, reggiseno e mutandina di pizzo a vista.
Mi chiedo se non sia troppo.
Ma è solo un momento.
Apro la porta e scendo.
La piazza è piena di profumi e di suoni.
Il vento ha rinfrescato l’aria e si sta bene.
Loro non sono ancora arrivate e mi siedo accendendo una sigaretta.
Mi sento golosa e libera stasera.
Penso a che sarà di questa pazza giornata e subito dopo spengo il pulsante della mia autocoscienza.
Infatti arrivano, ma sono solo in due: Andrea e Maria.
Ordiniamo tutte e tre da bere.
Sono arrossate per il sole, ma entrambe lumminose nella pelle e negli sguardi.
Mi sembra quasi di sentire il tiepido profumo che emana da loro.
Andrea mi si è seduta vicina.
Ha un’aria meno divertita, ma concentrata e languida.
Mi guarda distrattamente appoggiando le labbra sul bicchiere.
Io parlo con Maria di Napoli, del viaggio che stanno facendo, della loro città.
E’ loquace ed alquanto sfacciata perchè non smette di guardare con voluttà i miei merletti seminascosti!
Non riesco a concentrarmi sul discorso, ma sono avvinta dalla richiesta sottotraccia che sento provenire da lei.
Andrea continua a rimanere in silenzio, ma mentre parlo sento la sua mano appoggiarsi sulla mia sotto al tavolino.
Le sue dita scivolano, mi carezzano dall’unghia in su, percorrendo lentamente i muscoli e i tendini.
Rimango impassibile e lei indugia con carezze più insistite fino a scendere sull’interno della gamba.
Ad ogni millimetro ho coscienza dei brividi che risalgono la mia pelle fino alla spalla, partendo a frotte dal punto in cui mi sta toccando.
Lei è pienamente consapevole del risultato delle sue carezze.
Lo è anche Maria che ha smesso di parlare e ci osserva.
Sorride con una malizia priva di ogni remora.
Mi sento avvolta, trascinata e pronta.
Paghiamo e mi guidano nella loro camera in un hotel poco distante.
Andrea non ha lasciato un solo momento la mia mano e
appena chiusa la porta mi stringe.
Maria si stende sul loro letto e ci guarda.
Il desiderio di Andrea è intenso, la sua pelle straordinariamente dolce, il profumo stordente.
I suoi occhi chiari socchiusi fremono mentre comincia a baciarmi piano ma con intensità.
Sento il suo corpo aderire al mio e le labbra cercarmi.
Sanno ancora di limonata.
Sotto il saio di lino che indossa la pelle si tende mentre la stringo.
Poi mi allontana, mi prende le mani e mi guida sul letto.
Qui entrambe iniziano a baciarmi eseguendo una danza caotica e selvaggia su tutta la mia pelle.
Le confondo in un turbine di gemiti sommessi.
Maria ha già scelto per sè i miei capezzoli.
Li contorna lentamente dalla punta alla base dei seni con un movimento circolare lento ed inesorabile.
Nella tregua tra un brivido e l’altro accarezzo Andrea che mi bacia .
Come se seguissero un unico impulso cominciano a spogliarmi.
Maria non perde tempo e sento la sua lingua sul mio sesso.
Capisco di essere solo preda in questo gioco perchè Andrea mi tiene ferma i polsi mentre lenta bacia il collo e le spalle per arrivare ai seni.
Sento salire il piacere dalle gambe, ma Maria crudelmente si interrompe.
La imploro con lo sguardo, ma in quel momento Andrea comincia a spogliarsi e si distende sul letto.
Ancora il suo odore dolcissimo mi avvolge mentre scivola sotto di me.
Tenendola ferma con le mani comincio a far scorrere il mio corpo sul suo.
Con una mano scendo lungo la pelle tesa del suo addome e cerco le labbra.
Sono umide, straboccanti.
Le accarezzo lentamente al ritmo stesso del mio corpo.
I seni premuti contro i suoi.
Non sento più i miei pensieri, nemmeno la pelle.
Sono solo sensazione, calore.
Maria si è allontanata e cerca nella sua valigia, ma non riesco a capire cosa perchè un tremito mi risale dalle gambe alle spalle, quasi bloccandomi.
Rallento la mia onda su Andrea e leggo una muta richiesta nei suoi occhi a cui rispondo entrando tra le sue labbra con le mie dita febbricitanti.
Lei geme e mi cinge più forte con le braccia.
La dolcezza dei suoi sguardi e del suo odore mi rendono meno feroce e mi faccio spazio più lentamente e profondamente dentro di lei.
Sento Maria appoggiare le mani sulla mia schiena.
La sua bocca percorrermi fino ai glutei e moltiplicare i brividi per poi scendere sulle labbra.
Si stacca un attimo e l’improvvisa durezza del suo dildo mi penetra senza pietà.
E’ dentro di me e da dietro mi spinge. Non sento più nemmeno il mio calore.
Ad ogni suo movimento il piacere aumenta quasi soffocandomi e si trasmette attraverso le mie mani ad Andrea, che lo accoglie e lo amplifica con i suoi sussulti.
Non respiro, quasi non respiro. Emetto solo gemiti disperati.
Le mie anche e le mani si muovono all’unisono sempre più forte, sempre più forte finchè i muscoli cominciano ad irrigidirsi per il piacere che risale dal mio sesso e progressivamente a tutta la mia pelle.
E finalmente urlo! Urlo trascindando Andrea che sotto di me nello stesso momento mi abbraccia tendendosi con tutte le sue forze.
Siamo tre ma una cosa sola per un attimo.
Poi tutto si placa.
Quasi non respiro appoggiando la guancia sopra il seno di Andrea che ancora mi tiene avvinta.
Pochi attimi di tregua e Maria inesorabile reclama la sua parte.
Le sue anche si muovono sempre più veloci.
Ad ogni affondo mi sento trascinata di nuovo nel piacere che arriva fortissimo accompagnato da un suo urlo roco e trattenuto.
Ansimiamo tutte e tre senza fiato.
Andrea mi bacia piano sulle labbra e chiede se voglio bere.
Si libera dal mio abbraccio e si alza per prendere una bottiglia lì vicino.
Maria si stende accanto a me e, accarezzandomi dolcemente, mi dice che il mio fondoschiena le piace moltissimo.
Rido e nascondo imbarazzata la faccia nel cuscino, mentre lei mi accarezza i capelli.
Andrea ritorna e mi porge la bottiglia.
Mentre bevo sorsi infiniti la intravedo dare un bacio a Maria, toglierle il dildo ed indossarlo.
Appoggio la bottiglia a terra.
Ha uno sguardo intenso di desiderio.
Sono di nuovo preda perchè mi intima piano di girarmi.
Anche la sua lingua segue la mia schiena, ma con una dolcezzaa che si trasforma in lenta tortura.
Mi appoggia le mani sulle natiche, premendosi forte dentro di me.
Sospiro già senza freni e prima che sia troppo tardi ringrazio il sottosegretario del mio pantheon personale per il delizioso doppio regalo

140

Oggi c’è fila e mi toccherà attendere diversi cicli prima che sia il mio turno per lo smaterializzatore.
Meglio sedersi.
Ormai le mie gambe artificiali cigolano.
Dovrò richiedere una revisione totale, se non voglio bloccarmi al lavoro.
Mi avevano detto che dopo 50 anni ne avrebbero avuto bisogno, ma come al solito non riesco a trovare il tempo per le questioni pratiche.
Però a 140 anni forse dovrei cominciare a preoccuparmene.

140. Cento in più dell’ultima volta che l’ho vista.
Proprio sull’isola dove sarò tra poco per ritrovare i sentieri che abbiamo percorso assieme.
Per ricordarla e ricordarci.
E’ ancora davanti a me.
Mi basta chiudere lo sguardo al presente solo un attimo.
E sono lì.

E anche lei.
Nella trasparenza dell’aria pomeridiana è immobile.
Con la sua macchina fotografica dallo zoom lunghissimo mira ad un piccolo fiore lungo il sentiero.
Sembra di pietra. Contornata dalla luce forte e ferma che riflette sulla polvere candida.
Quasi non respira.
Ho passato questi anni a sfuggirla. A sfuggire il suo amore,
Eccoci qui: il Road Runner ed il vecchio lupo spelacchiato.
Mi fermo.
Non ho modo di evitarla.
Un’ondata di panico mi assale violento.
Un impulso di fuga ed allo stesso tempo un palpito di cuore.
Non ci vediamo da molto, da quando ho scelto di completare la mia assenza dal mondo venendo a lavorare qui su quest’isola.
Mi fermo a pensare a cosa dire, a cosa fare.
E lei in quel momento scatta.
Il rumore della tendina è secco, preciso, definitivo. TaTan.
Mi fa trasalire e lei si accorge di non essere sola.

Si gira. Il suo sguardo si avvicina da una distanza infinita e si focalizza lentamente su di me, tramutandosi in un sorriso sorpreso.
Inghiotto i palpiti e la paura.
- Cosa ci fai qui? – le dico ricambiando timidamente il sorriso.
- Sono venuta a visitare la tua isola per la prima volta. E a fissarla, se ci riesco, percorrendo di giorno i sentieri e scendendo a mare solo di sera – i suoi occhi tranquilli mi guardano in una segreta attesa.
- E’ il percorso che faccio io tutti i giorni dopo il lavoro – ribatto.
Ci osserviamo.
Siamo qui, nello stesso posto, nello stesso tempo per la prima volta.
Lei lo capisce.
- E allora che ne dici di percorrerli assieme? Tu, li conosci meglio di me. Ti va? –
Annuisco, senza parlare. Mi sento fragile, ma insolitamente curiosa.
La guido per il vecchio sentiero della villa.
Agile, mi arrampico, ma lei a metà percorso si ferma affannata.
- Guarda che son vecchia e ho bisogno di riposo eh –
Tira fuori la borraccia. Beve avidamente e me la porge.
L’acqua fresca mi scende in gola.
Mi accorgo di posare le labbra dove le aveva lei un momento prima.
Tremo e mi scosto bruscamente quando sento la sua macchina fotografica scattare.
TaTan.
- Non voglio, non farlo mai più –
- D’accordo – Dice, tradendo un’emozione rassegnata.
Arriviamo in villa. Le pietre sono roventi e l’aria sembra liquefatta dal caldo.
Si aggira silenziosa per le mura, mentre io mi siedo all’ombra.
Ascolto i suoi passi anche se non li vedo.
E’ qui, e qui finalmente ci sono anche io.
Appoggio le spalle per sentire il freddo del muro e lei ricompare.
Ancora quella fissità di sogno, mentre scatta una foto ad una colonna.
Il rumore di una pistola puntata contro il tempo.
E’ attenta, risoluta. Senza la minima esitazione.
Nessuno dei suoi gesti è estemporaneo.
Mi sorprendo a guardarla senza distogliermi.
No, non voglio farlo. Non posso.
Mi alzo e vado al sole. Davanti a me si stende l’azzurro dopo lo strapiombo.
L’aria adesso è più rilassata. Scivola verso le tinte meno violente della sera.
Si avvicina.
- Ci facciamo una foto con l’autoscatto? – Dice
- No, non sono fotogenica –
- Eh, ma io si. Verrò bene per entrambe, vedrai –
Quasi ride e mi fa sedere all’ombra di un muro diroccato.
Posa la macchina, inquadra e corre.
E’ affianco a me, ma non guarda nell’obiettivo. Sento il suo sguardo sul mio profilo.
Il ticchettio della macchina. Tic tic tic tic.
Sento la rabbia crescere. Tic tic. tic
Che cosa vuoi? Tic tic.
Laciami stare. Tic.
Mi giro e la guardo furiosa.
E la macchina scatta.
TaTan.
- Fatto – Si alza e la riprende.
- Che ne dici? Sarà venuta bene? – Sorride e avverto la sua corda che si tende.
La rabbia scema e ne rido.
Mi sento trasportata con leggerezza dalle sue emozioni.
La paura non mi lascia ma ha un altro sapore. Più dolce, più sopportabile, meno definitivo.

Scendiamo silenziose sulla spiaggia.
Gli altri bagnanti la stanno lasciando.
Sono stanchi, annoiati. Cotti nella pelle e nei pensieri.
Io invece mi sento lucida, vuota e pronta.
Se ne sarà accorta?
Forse, ma vuole concedermi il vantaggio poichè silenziosa rinchiude il suo sguardo nel mirino della macchina. Assorta nella cattura dei particolari di questo momento.
Aspetta di capire dov’è, oggi, il segno che ci separa.
Il confine di una domanda mai evasa.



Sulla spiaggia stendiamo gli asciugamani l’uno accanto all’altro ed entriamo in acqua.
La sua nuotata è come il suo sguardo, netto e lento.
Non è come le altre volte.
No, non lo è.
Stavolta sono io che la guardo uscire dal mare.
Lei non intercetta il mio sguardo.
Sa che fuggirei adesso.
Ritorniamo a stenderci al poco sole rimasto sulla spiaggia ormai deserta.
Rimaniamo in silenzio. Il lento sciacquio dell’onda ed i nostri respiri.
L’acqua che scende dai miei capelli mi lambisce la faccia.
Una goccia alla volta, scivola lungo la pelle.
Mi contorna il naso, le labbra, l’orecchio, il collo e infine scende sull’asciugamano.
La sento, distesa affianco a me, seguire queste gocce una ad una.
Prima con lo sguardo poi con un dito che l’accompagna lungo la mia pelle, sulle mie labbra, il mento, il collo, fino all’incavo.
Tremo, tremo, tremo ma non apro gli occhi.
- Hai freddo? –
- Si –
Tira fuori un altro asciugamano asciutto ed enorme e con quello copre entrambe.
Si distende affianco a me e mi circonda con un abbraccio.
Il mio corpo va in mille pezzi, mille miglia lontano da me,
Continuo a tremare. Paura, desiderio e ancora paura.
Sento i nervi tendersi e quasi spezzarsi per la tensione.
Una sensazione di caldo soffocante mi assale lo stomaco.
Lei allunga una mano sul mio viso.
Ci giriamo per respirare la stessa aria.
Mi accarezza le guance in silenzio guardandomi.
Raccoglie le mie lacrime, sfiorandomi con un dito.
So che vuole calmarmi con le sue carezze.
Vorrei parlare ma non me lo permette.
Le sue labbra calano lente sulle mie.
Sento per la prima volta il suo sapore, il suo calore. Per la prima volta il calore di un’altra persona.
Per minuti non diciamo altro, non ci stacchiamo.
Lei mi accarezza e mi bacia senza fretta. Lentamente mi attraversa le mani ed il viso con le sue labbra.
Ricambio con timidezza ed intensità. Sono confusa e lucida. Sono sul punto di lasciarmi andare.
Adesso il buio ci circonda ed io tremo senza sosta, ma lei mi cerca, mi stringe ancora di più.
Non smette di guardarmi per dirmi: sono qui, non mi scacciare, non chiedermi di andare via.
Lo voglio, mi dico, lo voglio. Abbracciami.
Ma subito dopo non posso, so che non posso.
E tra queste due lame di una forbice i miei nervi di nuovo si tendono, si torcono per l’indicibile paura che li attraversa.
E si spezzano.
Irrefrenabili arrivano le lacrime.
La allontano ed esco dal suo abbraccio.
Sono furente e disperata.
- Non posso, non ci riesco –
- Vorrei, ma non posso – Urlo con tutta la mia anima.
Lunghi attimi passano e lei non dice nulla, fissandomi.
Poi raccoglie le sue cose. Si riveste con uno sguardo fatto di lacrime congelate,
-Va bene. Hai ragione, non si può prendere una persona per stanchezza – Dice.
E si gira, senza salutarmi, senza guardarmi.
So che è l’ultima volta che verrà su quest’isola.
Non mi aspetterà mai più.

E’ stato così che ho rinunciato per sempre a lei.
A lei, ma non all’amore, perchè le carezze di quel giorno hanno lentamente corroso le mie paure.
Questo sono venuta a dirle oggi. Nella mia isola dove ha scelto di riposare.
Lo so, non vale la pena avere ragione così.
Non ha avuto senso, per lei.
Ma ne ha adesso per me.
Poso una mano sulla pietra su cui c’è il suo nome.
Risento scattare la tendina della macchina fotografica.
TaTan.
Piango.

Parigi o altrove (quasi lo stesso colore, ma non esattamente)

Eccola.
La pista di Charle De Gaulle si avvicina.
Il fiato mi si mozza nell’impatto del carrello col suolo.
La mia città mancata, la mia patria respinta.
Parigi ancora una volta e tutto ciò da cui sto fuggendo dietro di me.
L’aria della sera è pungente secca e senza stelle. Respiro per inghiottirla a fiotti.
Mi entra liquida nei polmoni e lenta risale in me col profumo freddo della notte.
E delle promesse che mi aspettano.
Mi hai detto vieni. Ti ospito. Stai un mese, due, trova lavoro.
Mi hai detto ti aiuto. Certo che ti aiuto. Rimani e ricomincia da qui.

Sei andata via prima che ci incontrasse il mio desiderio per te.
Due pezzi di un puzzle che non combaciano. Come un petalo di una ninfea di Monet e il cielo contorto di Van Gogh. Quasi lo stesso colore, ma non esattamente lo stesso dipinto.

E adesso respiro insieme a te il fumo di un locale del Marais dove mi hai portato.
Le luci mi accecano e lento sale il rhum nel mio sangue.
Mi agito e tremo, scossa dalla musica, dalla solitudine, dalla fame di carezze.

Ballo con una ragazza. Occhi chiari. Pelle trasparente.
Sento il suo odore.
Da quando sono nata catalogo l’odore degli altri.
Sa di sigarette e rimmel.
Mentre comincia a cingermi con le braccia e il ballo diventa più stretto, stordita poso le mie mani sui suoi fianchi e la stringo.
E guardo te.
Al bancone mi guardi sfiorarla e baciarla.
Sei bella, hai gli occhi chiari e silenziosa stasera.
Bevi un altro sorso di birra e mi sorridi.
Il tuo sguardo si allintana, ma torna ad accarezzarmi mentre metto lentamente le mie labbra sulle sue e le nostre bocche umide si uniscono, si incontrano.
In mezzo al rumore, al fumo, ai corpi, agli odori, la musica martella il mio petto e tutto rallenta.
E succede.
E’ te che voglio.
Sciolgo l’abbraccio con la sconosciuta e mi avvicino.
Mi porgi la birra e mi guardi con i tuoi occhi acquamarina dal bordo della bottiglia.
Mi dici: carina, davvero!
Vedo le tue mani tremare.

Al ritorno il metrò ci aspetta.
Siamo silenziose nel caldo umido del budello.
Sedute in mezzo agli altri ci sfioriamo e ci allontaniamo.

Finalmente a casa. L’aria fredda della sera mi ha reso febbricitante e lucida. Attenta e torbida.
Prepari un joint e metti la musica.
Lo accendi.
Lentamente porti la cartina alle labbra. La tocchi, la sfiori e aspiri.
Mi guardi e metti la sigaretta nella mia bocca. La appoggi e io tiro su un bel pezzo di sogno denso di fumo.
Togli via la sigaretta e senza darmi tregua affondo nei tuoi occhi e nel tuo bacio.
Il sapore delle tue labbra. Grandi, morbide. Il sapore della tua bocca.
Ti bacio senza fretta. La paura mi mozza la gola, ma continuo.
Lenta scendo dentro di te con la lingua. Ne assaporo il calore interno, il tuo sapore lungo tutte le ruote degli attimi di questo momento.

E ti accarezzo il viso, le mani. Contorni noti ma mai condivisi.
Febbricitanti, confusi, tesi, calano lenti i miei baci sulla tua pelle.
Siamo nude. Siamo coscienti e incoscienti. Pulite e nitide.
Feroci.
Le mie labbra seguono il tuo collo, rincorrono centimetro dopo centimetro gli incavi segreti della tua pelle. Le tue scapole guidano la mia febbre.
Sai di un odore nuovo oggi.
Profumo di terra e foglie, di caffè e erba tagliata. Il profumo del tuo sesso.
Cercano i tuoi seni morbidi che non ti assomigliano.
Li contorno, li stringo. Sento i capezzoli turgidi.
La mia mano ti percorre lenta e cattiva. Scende tra le tue gambe.
Le tue labbra morbide mi aspettano e non indugio un attimo.
Sento il gemito che accompagna l’onda del mio desidero.
Sono dentro di te.
Il caldo del tuo abbraccio, del tuo profumo, dei tuoi pensieri mi avvolge.
Le nostre bocche si cercano.
Ti stringo a me, sotto di me e l’onda dei tuoi gemiti impetuosa mi trascina.
Non voglio, non voglio che avvenga subito. Rallento, ma non ti lascio.
Ansimi sulla mia spalla e le parole ti restano mute in gola mentre mi guardi e lentamente ricomincio.
Inesorabile, non ti dò tregua e le mie dita si fanno forti e veloci.
Voglio sedare il fiume di parole tra noi due e sconfiggerti e sconfiggermi.
Mi guardi mentre ti penetro e lente goccie di gioia dai miei occhi arrivano ai tuoi.
Il respiro si fa corto, affannoso, i gemiti più alti. Ti abbraccio con tutte le mie forze cercando il tuo sguardo che mi supplica e sfugge proprio mentre le tue anche si stringono forte.
Ti tendi come un arco trascinandomi nel tuo urlo.
Avvinghiate l’una all’altra giaciamo sul letto a rubarci l’aria dai polmoni.

Ti calmi e penso...no, no, non ancora, non stavolta. Non parlare.
E ricominciamo una dentro l’altra. La tensione e il piacere ci spezzano il fiato.
Non c’è tenerezza in questo incontrarsi. Solo una lunga insoddisfazione repressa.
La tenerezza adesso non possiamo concedercela.
Vinte dall’urgenza di un’onda d’urto tutta la notte non ci diciamo una sola parola.

E adesso, stamattina, i miei occhi si aprono.
Risalgo alla coscienza e mi investe imprevisto l’odore dei nsotri corpi e del sesso.
La mia fronte è tra le tue scapole. Ti cingo la schiena. Ti sento dormire e respirare quieta.
Non posso rimanere affianco a te senza svegliarti e ricominciare.
Mi giro e metto la t shirt.
Ti guardo.
Per la prima volta nuda.
Sei morbida, sei forte. Anche così, nel sonno.

Vado in cucina e preparo il caffè.
Apro la finestra.
Il cielo è immateriale per quanto è terso.
Sembra carta velina lucida tesa tra i tetti, come una lama sui miei pensieri.
Accendo una sigaretta e aspiro il fumo e il freddo guardando la città umida e assonnata.

Ti porto il caffè e i tuoi occhi stanchi mi sorprendono.
Bevi dalla tazza, ancora senza parole.
Mi stendo affianco a te e lascio che la tua mano scenda lungo la mia schiena e so che, finalmente, non useremo più le parole per appartenerci.

31 Dicembre (verde, verde nocciola)

L’anno è finito, l’anno è cominciato, ma io sono ancora a Piazza Dante con le mani nelle tasche del cappotto a battere i denti.

Al sole a raccogliere i pensieri che turbinano col vento attorno alla ragazza dagli occhi chiari.
Ti penso intensamente, seduta al freddo del sole dell’ultimo giorno dell’anno.
Cerco di catturare col pensiero il colore dei tuoi occhi, perché anche il colore dei tuoi occhi è inconoscibile.

Ti penso e ti materializzi.
Il fiato mi si mozza in questo gelo, guardando la tua magrezza, il viso affilato da falsa adolescente, i capelli corti ed arruffati, il tuo passo svelto.
Appari in fondo alla piazza. Zigzaghi tra i ragazzini che giocano a pallone, distratta ma precisa, come una foglia portata dal vento.
Le tue gambe piccole schivano il pallone. Vorticano come quelle di un road-runner.
Vai veloce e senza esitare, anche tu con le mani ficcate nelle tasche.
Mentre mi passi davanti ti faccio un cenno. Ti giri e mi guardi.
Sei sorpresa e sul lato buono della luna perché mi sorridi e mi chiedi:
-Ciao! Che cosa ci fai lì? –
Sei bella e oggi hai gli occhi verdi.
Sento il fiato che non mi esce.
Non respiro. Rantoli cianotici.
Chiedo silenziosamente aiuto ai miei polmoni e ai santi protettori e così parlo tutto di un fiato.
- Mi scaldavo al sole e pensavo…. Hai il potere di materializzarti quando ti penso -
Ascolto le parole che escono e non mi viene paura.
O meglio, mi viene paura un momento dopo che le ho dette. Risuonano ancora mentre qualcuno, disperato, dentro di me sogghigna:
- Idiota…bella frase! Adesso scappa....vedrai come corre veloce!-
Ma nessuno risponde e deglutisco.
Oggi sei davvero sul lato non in ombra, perché sorridi e ti siedi accanto a me.
Mi guardi ed hai gli occhi del cielo in una pozza d’acqua piovana.
Rabbrividisci ed io stringo più forte le mani nel fondo delle tasche.
Chè altrimenti mi verrebbe da circondarti con un braccio per dare e darmi calore.
Invece il braccio pesa come la massa informe della felicità che ho in gola e resta dov’è mentre tu parli:
- Io sto andando in libreria. Oggi scade il buono libri di mia sorella e giene prendo uno. -
Annaspo nelle tue parole guardandoti, ma, inaspettatamente, l’unico neurone si accende! Ricordo di averne uno anche io.
Di buono, non di neurone.
Frugo tra le mie cose e lo trovo.
Mangiucchiato, sbrindellato da piccoli buchi a forma di stella.
- Brava. Ne hai uno anche tu. Hai visto? Andiamo – mi fai, sorridendomi ancora.
E io penso che non è solo il 31 dicembre, ma anche il primo giorno di primavera, il solstizio d’estate, la mia prima notte che ho fatto l’amore, la prima volta che ho visto in alta montagna la Via Lattea, la prima volta che ho mangiato un gelato, il giorno della mia laurea. Tutto assieme.
Con un sorriso largo e vagamente ebete ti seguo.
Guardandoti parliamo, parliamo, parliamo…bla bla bla bla. Le labbra si muovono, ma dimentico le parole appena escono. Ti sto spiegando la prima legge di Keplero, la partita Italia-Germania dell’82, o la ricetta della pasta e fagioli di mia nonna?
Tanto è uguale, perché ti guardo e la luce è cambiata e adesso hai gli occhi blu.
Penso : - Ma che fenomeno ottico è? – e di seguito - Mi sto cacciando nei guai – e mi vedo pallina di piombo su un piano inclinato. Scivolo.Scivolo.Scivolo.

In libreria. Prendiamo diversi libri e li guardiamo. Guardo tutto distrattamente.
Poi ne punti uno in alto.
Afferri un piccolo sgabello di lettura e sali.
Io rido. No, no non riesco proprio a trattenermi!
Sono presa da un attacco di tenerezza ridens.
Di nuovo il mio grillo parlante usa epiteti vari per fermarmi.
Ma non è abbastanza veloce perchè te ne accorgi e mi guardi tesa mentre prendi il libro e mi chiedi:
-Che hai da ridere? -
-Guarda che sei salita su uno sgabello di lettura!-
Non ti scomponi.
-E ma io ci sono sempre salita sopra! Mbè?-
Arrossisci, sbuffi e scendi.
- E allora prendimelo tu -
Eseguo l’ordine, sorridendo ancora.
Me ne consigli uno ed usciamo.
Fuori di nuovo il sole cambia e di nuovo hai gli occhi verdi, del verde di una piccola foglia di nocciolo.
E di nuovo penso:
- Ancora… Ma che fenomeno sarà!? -
Sto cominciando a sentire un dolore acuto al pensiero che tra poco ci separeremo.
Si localizza nello stomaco. Per questo dico:
-Vuoi prendere un caffé? –
Già. La tua macchina è piccola e va a caffé.
Entriamo nel bar e lo ordini.
Ed insisti per pagarlo:
- Mica devi pagare sempre tu! Anche io posso offrirti un caffé sai! -
E vedo tutti i puntini sulle i che partono mentre bevi in fretta il caffé.
Bagna le tue labbra piccole, mentre le abbassi sulla tazzina e mi guardi di nuovo con gli occhi blu che sembrano galleggiare nel liquido caffé.

Ritorniamo a Piazza Dante, fredda ed inondata di sole.
I bambini hanno smesso di giocare a calcio e giocano a tirare petardi.
- Ti va di sederci al sole? -
- Si - Rispondi
Ci sediamo sulla scomoda panchina di pietra. Guardiamo insieme le proiezioni nelle sale. Non c’è niente di bello e io chiudo le pagine.

E’ in quel momento che accade.
Ficchiamo entrambe le mani nelle tasche.
Nel silenzio chiudi gli occhi al sole e giri il viso perché anche l’ultimo fotone ti possa colpire.
E’ qui, guardando questa pelle glauca e sottile del tuo viso, che di nuovo mi si ferma il fiato.
Non ho bisogno del colore dei tuoi occhi per amarti.
La tua pelle secca e trasparente.
Questo solo mi basta.

Rimango ferma in questo freddo d’inferno, ridotta all'essenziale. Nient'altro che l'emozione che oscura passa da te a me mentre ti guardo in silenzio.

Passano ere e chiedo:
- Ti piace stare al sole?
- No, no -
Bugiarda chè tutto il tuo corpo di piccola lucertola appena uscita dalla sua tana invernale ti contraddice.
Continuo a guardarti. E mi accorgo che sobbalzi per i petardi dei ragazzini, ma non riapri gli occhi.
Ogni volta ti prego in silenzio di non farlo perché aprendoli scopriresti il mio sguardo.

Sbuffo, struscio i piedi sulla panchina e mi accendo una sigaretta. Il vento porta via il fumo.
Niente succede e tutto succede in questo freddo.

Finalmente l’urgenza di una carezza mi rende intollerabile starti affianco.
Mi alzo e tu apri gli occhi.
- E’ meglio andare – mi dici.
E io: - Si. E’ meglio -
Ti accompagno a Port’Alba e ci separiamo.
Il sole è più alto, ma io gelo ad ogni passo.
Nuoto come un pesce in un acquario scaraventato in un freezer.
Mi avvio ad un inutile e vuoto veglione di capodanno.

Senza di te, chiedendomi di che colore saranno i tuoi occhi stasera e in quale altra piazza ti rivedrò.